#risoluto Tumblr posts

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    11.04.2021 - 1 mont ago

    risoluto

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  • justthishumanheart
    15.01.2021 - 4 monts ago

    Ludwig van Beethoven - Piano Sonata No. 29 in B-Flat Major, Op. 106 “Hammerklavier”: IV. Largo - Allegro risoluto

    Martin Cooer writes, “There is in this finale an element of excessiveness . . . an instinct to push every component part of the music . . . not just to its logical conclusion but beyond,” and he feels that in a sense Beethoven was thereby “doing violence to his listener.” The violence is not in Beethoven’s intent, however, but in his subject matter, for here the fugue’s closest analogue is the process of creation (or birth), the pain-ridden, exultant struggle for emergence. The passage through the labyrinth, from darkness to light, from doubt to belief, from suffering to joy, cannot be without its unique torments. By the same token, such an emergence is not without its manic raptures—the aspect that led Rolland to stress the mood of turbulent caprice, the laughing spirit that erupts from the fugal texture.

    —Maynard Solomon, Beethoven

    #ludwig van beethoven #Piano Sonata No. 29 in B-Flat Major Op. 106 “Hammerklavier”: IV. Largo - Allegro risoluto #music#maynard solomon#literature
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  • adrianomaini
    14.05.2021 - 1 day ago
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  • basketstorywebtv
    06.05.2021 - 1 week ago

    Sardara duro su Pozzecco: "È una questione di regole e di rispetto"

    Sardara duro su Pozzecco: “È una questione di regole e di rispetto”

    Sono termini piuttosto pesanti quelli usati da Stefano Sardara, presidente della Dinamo Sassari, per spiegare la sospensione di coach Gianmarco Pozzecco. “Ci sono delle regole, e alla base del club ci sono dei valori e la volontà di preservarli. Spiace assumere una decisione del genere in un momento così delicato, ma non si può girare la testa dall’altra parte” ha dichiarato risoluto Sardara…

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  • p4p3r1no76
    01.05.2021 - 2 weeks ago

    Due uomini ho trovato dentro di me, scavando nel profondo; uno è forte, deciso, lucido: uno sa cosa è giusto, sa cosa deve fare. Lo muove la passione, lo spinge l’emozione. Non si accontenta di ciò che ha e sa quanto vale. Segue la sua strada, risoluto, lascia indietro ciò che non è utile. Non ama: vive. E non chiede nulla.L’altro è come il mosto: profuma di primavera, di giornate di sole. Piange nella pioggia per non farsi vedere. È fatto di mancanze e di malinconia. Il suo cuore è malato: non è a pezzi, ma gonfio da esplodere.… Mi sgomenta, questo duplice me stesso; e forse è per questo che, chi mi vorrebbe camminare accanto, resta in attesa di scorgere un sorriso sul volto di entrambi per riconoscermi di nuovo intero...

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  • sakrum1
    26.04.2021 - 2 weeks ago

    Martedì 27 Aprile 2021 : Atti degli Apostoli 11,19-26.

    In quei giorni, i discepoli che erano stati dispersi dopo la persecuzione scoppiata al tempo di Stefano, erano arrivati fin nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia e non predicavano la parola a nessuno fuorchè ai Giudei. Ma alcuni fra loro, cittadini di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai Greci, predicando la buona novella del Signore Gesù. E la mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore. La notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, la quale mandò Barnaba ad Antiochia. Quando questi giunse e vide la grazia del Signore, si rallegrò e, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore. E una folla considerevole fu condotta al Signore. Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia. Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente; ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani.

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  • oggi-in-cristo
    11.04.2021 - 1 mont ago

    Vuoi essere servito? Diventa servo!

    Serie "Vangelo di Matteo" ---- Episodio 48 - VUOI UN POSTO IN PRIMA FILA? DIVENTA SERVO! ---- VIDEO: AUDIO: https://archive.org/download/1-matteo/48-matteo.mp3 ARTICOLO: https://oggi.incristo.net/vuoi-un-posto-in-prima-fila-diventa-servo/

    (Testo di riferimento: Matteo 20,17-32 – La Bibbia) Mentre Gesù viaggiava risoluto verso Gerusalemme dove lo attendeva il culmine della sua missione, a cosa pensavano i discepoli? Ne parliamo in questo episodio 48 della serie sul vangelo di Matteo. Gesù aveva già annunciato diverse volte la sua morte e la sua risurrezione ai discepoli. Era importante che capissero ciò che stava per accadere.…

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  • bikeridesadventure
    04.03.2021 - 2 monts ago

    IL “FATTORE K” DEL CICLISMO SVIZZERO CON FERDI KUBLER AL TOUR DE FRANCE 1950 L’edizione 1950 del Tour de France, così come quella dell’anno successivo, rappresenta il punto più alto dell’intera storia del ciclismo svizzero. Perché gli elvetici, che fino allora alla Grande Boucle erano saliti sul podio solo con Leo Amberg, terzo nel 1937 alle spalle di Roger Lapebie e del romagnolo Mario Vicini, altresì vincendo il titolo iridato con Hans Knecht nel 1946 e il Giro d’Italia con Hugo Koblet qualche mese prima dell’impegno transalpino, piazzano una zampata da antologia. Già, il famoso “fattore K” del pedale svizzero, che a Knecht e Koblet associa anche il nome di Ferdi Kubler, che altri non è che il protagonista non solo della nostra storia odierna, ma pure di quel Tour de France 1950 segnato dai colori rossocrociati. Al quale si presente, ormai quasi 31enne, sull’onda lunga di una carriera azzoppata dagli anni della guerra, e che lo avevano già illustrato agli occhi degli addetti ai lavori con vittorie di un certo pregio quali il Giro di Svizzera del 1942 e il Campionato di Zurigo del 1943, corse disputate solo in virtù dalla neutralità al secondo conflitto bellico del paese elvetico. Con la ripresa a 360 gradi del ciclismo internazionale, Kubler, che proviene da una famiglia povera e vede morire la madre cadendo di bicicletta, che si arrampica bene tanto da aver vinto anche due campionati nazionali della montagna, ed è altrettanto abile sul passo, partecipa una prima volta al Tour de France nel 1947, imponendosi sui traguardi di Lille e Besançon, vedendosi tuttavia costretto al ritiro, come accade anche nel 1949, non prima aver vinto la tappa di Saint-Malo. E se nel frattempo ha alzato il livello delle sue prestazioni vincendo per tre volte il titolo svizzero su strada (1948, 1949 e 1950), conquistando appunto il Giro di Svizzera e il Giro di Romandia nel 1948, prendendosi l’argento ai Mondiali di Copenaghen del 1949 battuto in volata da Rik Van Steenbergen a cui aggiungere il secondo posto al Giro di Lombardia dietro a Fausto Coppi, e chiudendo al quarto posto proprio il Giro d’Italia del 1950, ad 8’45” dal connazionale Koblet, ecco che la corsa a tappe francese cade a pennello per legittimare le sue ambizioni di grandezza. Eccoci dunque sulle strade assolate del Tour de France 1950, con l’Italia, orfana di Coppi che vinse l’anno prima ma è costretto all’inattività dalla triplice frattura al bacino rimediata cadendo al Giro d’Italia nell’avvicinamento alle Scale di Primolano, inavvertitamente urtato da Armando Peverelli, che veste comunque i panni della squadra di riferimento in cerca di uno storico tris consecutivo, contando non solo sull’inossidabile Gino Bartali, vincitore a sua volta nel 1948, ma anche sul “terzo uomo” del ciclismo tricolore, quel Fiorenzo Magni che fu sesto l’anno precedente, ha replicato col sesto posto al Giro d’Italia e porta in dote anche due memorabili trionfi al Giro delle Fiandre. La Francia si affida a Louison Bobet, 25enne di bellissime speranze che attende di elevarsi al rango di campionissimo, al coetaneo Jacques Marinelli che nel 1949 salì sul terzo gradino del podio e vestì la maglia gialla per 6 giorni, e a Raphael Geminiani, con il “vecchio “Jean Robic, ultimo transalpino a vincere la Grande Boucle nel 1947, che non è stato selezionato dal commissario tecnico Jean Bidot per difendere i colori nazionali e corre dunque per la squadra Ouest. Il Belgio ha un manipolo di eccellenti corridori, quali Alberic Schotte, Stan Ockers, Marcel Dupont, Raymond Impanis e Roger Lambrecht pronti ad incendiare la corsa, Jean Goldschmit è l’uomo di punta del Lussemburgo così come Wougt Wagtmans lo è dell’Olanda, e la Svizzera…beh, la Svizzera, dopo aver vinto con Koblet il Giro d’Italia, non dispera di fare il colpaccio il Francia con Ferdi Kubler. Si corre dal 13 luglio al 7 agosto per complessivi 4.775 chilometri distribuiti in 22 tappe, e già la prima frazione, 307 chilometri che da Parigi portano a Metz, mette le ali ai piedi a Goldschmit, ottavo nel 1949, che batte in volata i compagni di fuga Raoul Remy e Lambrecht, lascia il gruppo dei favoriti, di cui non fanno parte Bobet, che accusa un ritardo di 2’18”, e Wagtmans attardato di ben 17 minuti, ad 1’18” e a sera indossa la prima maglia gialla. L’Italia, grazie a due “cadetti“, inizia già a raccogliere successi parziali, con Adolfo Leoni a Liegi, che supera allo sprint Magni, Bobet, Kubler e Schotte (hai detto poco!), e con Alfredo Pasotti a Lilla, quando il ciclista pavese regola un gruppetto di fuggitivi di cui fa parte Bernard Gauthier, francese della Sud-Est, che scalza Goldschmit dal primo posto in classifica. E se Ockers e Giovannino Corrieri sono i migliori a Rouen e Dinard, il giorno di riposo, speso con Gauthier ancora in maglia gialla, fa da preludio alla cronometro di 78 chilometri che porta i corridori a St.Brieuc. E qui Kubler, che quando c’è da menare sui pedali nell’esercizio solitario non è secondo a nessuno, mette subito in chiaro le cose, sbriciolando la concorrenza, con i soli Magni (17″ di ritardo cedendo nettamente sullo strappo finale di Yffiniac dopo esser transitato in testa, con 1’10” su Kubler, al rilevamento dei 60 chilometri) e Goldschmit (terzo a 56″, che torna a vestire le insegne del primato) a limitare i danni e campioni del calibro di Bobet, Ockers, Bartali, Schotte, Geminiani e Robic ad accusare pesanti distacchi. Lo svizzero è competitivo ai massimi livelli, e la prova di forza contro le lancette, in attesa delle montagne, consolida le sue chances di vittoria finale. Le quattro frazioni che seguono, apparentemente, dovrebbero essere interlocutorie nell’avvicinamento ai Pirenei, ma se la tappa di Angers evidenzia l’audacia di Gauthier, che infila un gruppetto di fuggiaschi che giungono al traguardo 11 minuti prima del plotone principale, riconquistando con ampio margine la maglia gialla che terrà fino a St.Gaudens, ecco che verso Niort Magni, che taglia il traguardo a braccia alzate, Ockers e Bobet azzardano il colpo a sorpresa, strappando 45″ al gruppo principale, prima che Pasotti bissi a Bordeaux il successo di Lilla. Ed ora, sotto con i Pirenei. Il 25 luglio 1950 si corre una frazione che, alla luce dell’esito finale e per quel che accade dietro le quinte, non facciamo fatica a definire tra le più incredibili della storia ultracentenaria del Tour de France. Il programma prevede 230 chilometri tra Pau e St.Gaudens, con la scalata di colli leggendari quali Aubisque, Tourmalet ed Aspin, quest’ultimo tuttavia posto ad 85 chilometri dal traguardo. Ed è il giorno in cui l’Italia sferra l’attacco, deciso, al primato, sebbene sia Robic ad accendere la miccia sull’Aubisque, dove Gauthier si stacca subito rotolando ad oltre 20 minuti, passando in vetta con 2 minuti su Kubler, Bobet ed Ockers ed oltre 3 minuti su Bartali. Lungo le rampe carogne che portano ai 2115 metri del Tourmalet Ginettaccio rompe gli indugi, rinvenendo su Robic con Bobet ed Ockers, nel mentre, davanti, solitario, Kleber Piot scollina con oltre 2 minuti sui più immediati inseguitori. E sull’Aspin… beh, sull’Aspin accade quel che non immagineresti mai. Sotto il diluvio, con Piot che prosegue la sua fuga e Bobet, Ockers e Bartali nella veste di cacciatori, succede il finimondo, con il toscano, che si arrota con Robic carambolando a terra, che a suo dire viene aggredito dai francesi, il che non gli impidisce, nel lungo tratto pianeggiante che porta al traguardo, riassorbire Piot e di far sua la tappa in volata regolando un gruppetto di nove attaccanti comprendente anche gli stessi Bobet, Ockers e Piot, sui quali rientrano alla spicciolata Magni, Geminiani, André Brulé, Jean Kirchen e Pierre Cogan. Con Kubler che chiude con 2’54” di ritardo e Robic distanziato di 3’59”, la festa in Casa Italia è doppia, se è vero che Magni a fine giornata veste la maglia gialla. Ma non avrà modo di sfoggiarla il giorno dopo, perché in nottata Bartali, a dispetto del tentativo di conciliazione portato avanti dal commissario tecnico Alfredo Binda, e facendosene un baffo dell’ovvia volontà di Magni di proseguire la corsa, decide che la squadra italiani abbandoni il Tour de France. Kubler, secondo in classifica generale a 2’31” da Magni, si trova dunque sulle spalle la casacca di leader, che in segno di solidarietà con gli italiani decide di non indossare l’indomani nella tappa che si conclude a Perpignan con la vittoria del belga Maurice Blomme. Ed il Tour de France, privato precipitosamente della presenza dei campioni azzurri, assume davvero tutto un altro volto. Tanto più dopo che Bobet e Gemignani, che inseguono da vicino Kubler con distacchi sotto il minuto, nel caldo ai limiti dell’asfissia che opprime i ciclisti nella tappa di Nimes tanto da provocare l’insolazione dell’algerino Abdel-Kader Zaaf andato in fuga fin dai primi chilometri, perdono oltre dieci minuti dallo svizzero e si vedono costretti ad abbandonare, o quasi, ogni velleità di vittoria finale. Ockers, attardato in classifica di 1’06”, sembra a questo punto diventare il rivale più accreditato di Kubler, che nella breve frazione di 96 chilometri tra Menton e Nizza, che prevede la scalata del Col du Turini, risponde assieme al belga all’attacco di Bobet e Robic bruciandoli poi in volata e garantendosi il minuto supplementare di abbuono. Il terzo giorno di riposo offre ai francesi la possibilità di ricaricare le batterie, per la verità un po’ scariche, in vista delle due tappe alpine di Gap e Briançon e di quella, meno impegnativa sotto il profilo altimtrico ma dalla distanza ragguardevole, ben 291 chilometri, di St.Etienne. Ed è qui che Geminiani e Bobet provano a far saltare lo svizzero, l’uno vincendo a Gap, l’altro portando un attacco risoluto lungo le rampe del Col de Vars e del Col d’Izoard, che con i suoi 2360 metri è la cima più impervia della Grande Boucle. Louison parte a 4 chilometri dallo scollinamento del Vars, acchiappa Geminiani che aveva provato ad anticiparlo, fora in discesa ma con Kubler rientra su Ockers, Geminiani ed Impanis che lo avevavo sorpassato, e sull’Izoard, sotto la pioggia, all’ennesimo tentativo di Raphael, piazza l’allungo decisivo. In vetta Bobet conta 1’32” su Kubler, che si incarica della rincorsa, ma il campione di Francia ha una marcia in più e nei restanti chilometri che portano al traguardo incrementa il vantaggio, 2’52” sugli stessi Kubler ed Ockers che conservano le prime due posizioni in classifica ma vedono tornare in corsa un pericolosissimo avversario. 24 ore dopo, Bobet tenta ancora l’azzardo, attaccando ai piedi della côte de St-Nizier, sperando di mettere in difficoltà Kubler e di rivoluzionare la classifica. Ma lo svizzero non è preda del panico, la tappa è lunga ed attende che Bobet, che viaggia in compagnia di Apo Lazarides e di Marcel Dussault ed arriva ad avere anche 3’45” di vantaggio sul gruppo della maglia gialla, piano piano perda energia. Come puntualmente accade sui tornanti del Col de la Republique, con il francese, a cui non è d’aiuto il gioco di squadra messo in atto da Gemignani, che attacca a sua volta, ormai in debito d’ossigeno viene prima rimontato, poi scavalcato, infine inesorabilmente distanziato. A St.Etienne Geminiani vince ancora, con 34″ di vantaggio su Ockers e Kubler, Bobet ormai alla deriva accusa un ritardo di 5’52” ed esce definitivamente dai giochi, al pari di Robic, quarto in classifica al mattino, che affonda addirittura a 20’08”. Kubler ormai ha il Tour de France in mano, contando anche, dopo il quarto ed ultimo giorno di riposo, sulla cronometro tra St.Etienne e Lyon, 98 chilometri che giocano assolutamente a suo favore viste le sue eccellenti qualità contro il tempo. E l’elvetico non fallisce l’ultimo appuntamento, dando sfoggio di una classe superiore che gli concede il lusso di sbaragliare gli avversari, infliggendo ben 5’34” ad Ockers, secondo, e 6’44” a Goldschmit, con Bobet desolatamente sesto ad 8’45” e Geminiani ottavo a 9’54”. Per Ferdi Kubler è l’apoteosi, maglia gialla a Parigi davanti ad Ockers e Bobet. E così, dopo il Giro d’Italia di Koblet, il “fattore K” imprime il suo marchio anche all’ombra della Tour Eiffel. Peccato che mancassero gli italiani, ma come dice il detto? Ah già… “gli assenti hanno sempre torto“. Onore al re svizzero. by Nicola Pucci https://ift.tt/3ea06mC

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  • fioralbafiore
    25.02.2021 - 2 monts ago

    Ahimè — Inchiostronerodenso

    Immagini grafiche di Eletta Non era capace di dissimulare le folgori. Quando le partivano a cascata dal cervello: perché qualcuno incautamente aveva tirato un filo nervoso. Una pulsante linea ondulatoria le provocava spasmi: qualcosa, allora, doveva fare. Uno strappo risoluto e barbaro di fogli, fiori, dipinti. Tutti i pezzi che volavano come ali nella raffica […]Ahimè — Inchiostronerodenso

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  • napolialunnideltempo
    25.02.2021 - 2 monts ago

    LA SCENEGGIATA: LUCENTI FIGURAZIONI DI LIMACCIOSE, AMBIGUE, OSCURE VICENDE CRIMINALI.                                                              (con Bibliografia dei testi consultati)

    In ambito napoletano, oltre ai dilaganti fenomeni dell’avanspettacolo e della rivista, nasce un genere con un suo nome proprio e distintivo: la “sceneggiata” (la cui nascita è databile tra il 1916 e il 1919). Mentre la camorra continua ad impinguare, mutare e diversificare i suoi traffici nell’oscurità, la sceneggiata ne enfatizza, spettacolarizza e il genere della sceneggiata ribadisce i presupposti valoriali sdoganandone la presunta liceità dell’etica di base. Un etica che necessita di un’epica che la celebri e la consacri.

    La sceneggiata è una forma di rappresentazione popolare che alterna il canto con la recitazione su toni drammatici, che si sviluppa a Napoli qualche anno prima degli anni Venti del Novecento sulle ceneri del “cafè chantant”. Lo spettacolo si basava su una canzone di grande successo, da cui la sceneggiata derivava il titolo ed attorno al tema musicale veniva costruito un testo teatrale in prosa. La nascita del genere è legata ad un motivo fiscale, perché furono istituite delle tasse sulle canzonette, mentre il prelievo sugli spettacoli teatrali era più basso, ciò indusse alcuni autori a scrivere commedie sul testo di canzoni famose. L’attore si occupa di accendere i riflettori su un consesso sì criminale ma in cui si muovono personaggi che rivendicando il diritto ad esercitare una propria giustizia in nome di un onore, di una “equità” da affidare al pugnale od alla pistola, attraverso un epico, tragico, giustizialista duello riparatore. Sceneggiata come cassa di risonanza dalla vivida acustica, come luminoso proiettore che più o meno surrettiziamente intende porre in debito, rischiarante risalto la “filosofia” del camorrista, del capo criminale “buono” e “giusto” come anche altrettanto duro e senza pietà alcuna nel raddrizzare torti, nel vendicare offese e tradimenti.  “Quando l’ordine a fine spettacolo si ricompone - con il cattivo punito e il buono premiato, la malafemmina punita e la brava ragazza premiata sia pure a scapito di qualche lutto sacrificale, si tratta di un ordine tanto tranquillizzante quanto inquietante perché la settimana dopo si assisterà a un’altra storia di pene e di speranze, di conflitto tra bene e male che riprodurrà (…) gli stessi dilemmi e la stessa insicurezza. Come un respiro di malattia-salute, delitto-castigo, dolore-gioia, ombra-luce e di una menzogna che si fa verità, di una verità che si nasconde nella menzogna: l’eterna menzogna della vittoria del bene. Il cinema tradurrà in pellicola alcune sceneggiate per poi generare un filone che ulteriormente enfatizzerà la figura del guappo buono e risoluto destinato a muoversi sulla sottile ambigua, chiaroscurale linea di confine tra camorra criminale e spietata da un lato ed organi di polizia talora corrotti dall’altro.

    La figura del guappo nell’arte ha sempre suscitato grande interesse nella sceneggiata napoletana. Egli è l’uomo d’onore, galante e romantico, sempre pronto a far rispettare i più deboli, a risolvere i dissidi tra le persone, a costringere gli uomini che non rispettano le donne a farlo. Questa figura è in netta opposizione a quella del camorrista odierno, dedito allo sfruttamento della prostituzione, ai traffici illeciti e a quant’altro sia volto ad accrescere sempre di più le sue ricchezze. Il guappo, di maniere ed eloquio più fine, vestito con una ricercatezza sconosciuta al camorrista, frequentando la mondanità partenopea, nel suo ruolo di apparente insospettabile, assicurava i canali necessari per la realizzare di lucrosi quanto illegali. Esempio di una relazione assolutamente istituzionalizzata tra potere costituito e camorra è certamente l’avvenuto reclutamento in un nuovo corpo di polizia napoletano di esponenti di spicco ma pure di manovalanza della camorra per cercare di gestire la turbolenta fase che porterà all’unificazione d’Italia ed alla caduta del Regno delle due Sicilie. Liborio Romano nominato da Francesco II ministro di polizia “proprio ai camorristi (…) si rivolse per costituire la guardia cittadina. (…) L’uomo politico convocò il celebre capintesta [capo] Salvatore De Crescenzo (…) e gli domandò se fosse disposto ad assumere il comando della costituenda nuova polizia, che doveva prendere il posto di quella borbonica. Ottenuta una risposta affermativa convocò altri esponenti della camorra (…). Da allora fino a dopo l’arrivo di Garibaldi, l’ordine pubblico venne diretto ed esercitato, a Napoli, esclusivamente dai camorristi. Contraddistinti da una coccarda tricolore sul cappello e armati apparentemente solo di un bastone, i membri della Bella Società Riformata [camorra] arrestarono ladri e malfattori e impedirono quei saccheggi che sono tipici dei periodi di transizione politica”, Vittorio Paliotti, Storia della camorra dal Cinquecento ai nostri giorni (Roma: Newton & Compton, 2002), 96. Va altresì detto che i camorristi approfittarono di questo nuovo e legalizzato status di paladini della legge per regolare vecchi conti in sospeso con esponenti della polizia borbonica commettendo assassinii e pestaggi. traffici dei quali beneficiava lui per primo, e quindi sia il delinquente che il borghese o l’aristocratico che avevano consentito la fattibilità dell’operazione delittuosa attraverso procedure eminentemente clientelari e corruttive.

    Uno dei primi spettacoli fu “Pupatella” nel 1918, basata sulle parole di Libero Bovio e legata ai temi tradizionali del tradimento e della malavita. Si affermarono alcune compagnie specializzate, come la Cafiero Fumo, che mise in scena nel 1920 Surriento gentile di Enzo Lucio Murolo, al quale si deve l’escamotage di aggirare la tassa sugli spettacoli di varietà con la creazione di spettacoli misti con recitazione drammatica e canzonette. Nella celebre compagnia lavorarono anche D’Alessio, Maggio, Taranto, Sportelli e Trottolino, mentre alcuni teatri divennero dei veri tempi del genere, come il Trianon ed il San Ferdinando. Oltre ai protagonisti vi era sempre uno stuolo di caratteristi, a volte molto bravi, che concorrevano al trionfo del bene sul male ad opera della giustizia divina o per il decisivo intervento dell’eroe vendicatore. La sceneggiata ebbe grande successo all’estero tra gli emigranti e leggendaria si staglia tra gli interpreti attivi a New York nella comunità di Little Italy la figura di Gilda Mignonette, la regina degli emigranti e il testo ‘O Zappatore, con accenti fortemente sociali ed ambientata in parte proprio negli Stati Uniti o Guapparia, un vero e proprio decalogo ad uso di uomini d’onore. All’inizio si sfruttavano canzoni famose, spesso di Libero Bovio, e su questa si creava la trama della sceneggiata, in seguito si lavorò all’inverso: scrivendo di sana pianta il soggetto per trarne eventualmente vantaggi con la vendita dei dischi. Il pubblico si entusiasmava ascoltando i dialoghi stereotipati dei protagonisti e saliva sul palcoscenico in massa per fermare le gesta del cattivo, prima che a fare giustizia ci pensasse isso, l’eroe, il guappo buono. Talune volte invece obbligava gli attori ad un bis della scena finale, quella nella quale il cattivo veniva ucciso, per cui il ”fetentone” era costretto a rialzarsi e, dopo improperi e colluttazioni, a farsi sparare di nuovo. Il genere lentamente perse il suo contatto con l’anima del pubblico e venne poco rappresentato, fino agli anni Settanta, quando vi fu una certa ripresa grazie a Mario e Sal Da Vinci a Pino Mauro, Nino D’Angelo, ma soprattutto a Mario Merola, dominatore assoluto del Teatro 2000 e protagonista anche di numerose trasposizioni cinematografiche. I canoni sui quali si articolavano le trame ruotavano intorno a temi fissi: l’amore, il tradimento, l’onore, sintetizzato in alcune figure fondamentali: isso, l’eroe positivo, essa, la donna agognata e ‘o malamente, il cattivo ed altre parti minori come “‘a mamma, ‘o nennillo e ‘o comico”. La donna è vista costantemente in un’ottica maschilista, pronta sempre a tradire ed in grado di riscattarsi solo come mamma. Gli stessi archetipi si trasferiscono sullo schermo negli anni Settanta ed il successo di pubblico si rinnova, anzi la moltiplicazione degli spettatori insita nel nuovo mezzo di diffusione permette l’acquisizione di un numero di fan ancora più alto. 

    Dalle tavole dei teatri di quart’ordine, la sceneggiata emigrò nel cinema, si tratta di pellicole che a partire dalla fine degli anni Quaranta del Novecento, dall’immediato secondo dopoguerra, ebbero principalmente in Napoli il loro set ed il loro pubblico. Si va articolando il genere “film-sceneggiata” che ancora una volta prende le mosse da una canzone e che inizialmente si tinge di toni prevalentemente melodrammatici. Di lì a poco, già negli anni Cinquanta, questi film a diffusione pressoché limitata e regionale, estremamente graditi al pubblico napoletano di estrazione eminentemente popolare, si fanno più violenti, richiamandosi già nei titoli a storie di criminalità come “Ergastolo” del 1952, “Ballata tragica” del 1955, “Onore e sangue” del 1957. Le pellicole utilizzano gli stessi ingredienti della sceneggiata classica: l’ingiustizia subita, l’onore ferito, l’amore contrastato, il tradimento della donna, i pianti, i duelli, il sangue che sgorga a fiotti ed alla fine il buono che prevale sul cattivo, un topos universale che pervade la letteratura anche colta dalla notte dei tempi, fino alle moderne rivisitazioni del dell’eroe solitario. Il ritmo drammatico della sceneggiata, sia essa teatrale o cinematografica, si attaglia perfettamente alla cultura napoletana dominante, che ieri come oggi, è stata quella della plebe con i suoi arcaici riti di sangue ed il modo sbrigativo, ma a volte efficace, di amministrare la giustizia. Anticipano essi una successiva sterzata compiuta dal genere tra gli anni Settanta e Novanta quando il termine “sceneggiata di malavita” denota al contempo una produzione teatrale e cinematografica esplicitamente incentrata su storie il cui tessuto connettivo è costituito dalla criminalità. Amati protagonisti del cinema che attinge all’universo culturale e valoriale della camorra furono, in piena concordanza con le origini musicali e teatrali del genere, cantanti napoletani come Pino Mauro, Mario Da Vinci, Mario Merola che non esiteranno a passare dai palcoscenici ai set e viceversa27. Merola in particolar modo si farà interprete tra gli anni Settanta ed Ottanta in modo particolare di pellicole dai titoli più che espliciti tra i quali “Napoli Palermo New York - il triangolo della camorra”, “Da Corleone a Brooklyn”, “Napoli…serenata calibro 9”, “Guapparia”, “L’ultimo guappo”, “Carcerato”, “Sbirro la tua legge è lenta la mia no”, “Sgarro alla camorra”

    Il mito dell’eroe vendicatore, del camorrista giustiziere, del guappo buono, viene incarnato da Mario Merola, nonostante la mole poderosa ed il volto di innocuo bamboccione, che ancora si riverbera, dopo oltre quarant’anni, sulle emittenti private campane, che imperterrite, quotidianamente, ripropongono le gemme… della sua produzione da I contrabbandieri di Santa Lucia a Napoli serenata calibro 9, dall’esplicativo sottotitolo: I mandolini suonano, le pistole cantano. Sono film che costituiscono un sottogenere, a metà strada tra il poliziesco americano e la classica storia di camorra, un filone che contagerà anche altre città, a partire da Milano, ma le pellicole napoletane rimarranno le più intriganti. Pino Mauro con il suo mitico “I figli non si toccano” impregnato di retorica e di antiche consuetudini dell’onorata società; egli veste i panni di un vendicatore ancora più spietato ed avrà anche lui il suo pubblico affezionato, pur senza raggiungere il successo di Merola, in versione contrabbandiere o meglio ancora a bordo di una scalcinata 127, in grado di seminare le Alfa Romeo dei carabinieri o di caracollare audacemente su un treno merci, facendo perdere le proprie tracce. Indimenticabili le sue rivisitazioni del celebre Zappatore, un’icona idolatrata a lungo anche dagli intellettuali di sinistra, gli stessi che in passato avevano massacrato i film di Totò. Le scene più commoventi dei suoi film venivano accolte dal pubblico in delirio con applausi scroscianti.

    Negli ultimi anni l’attore era spesso malato e costretto a ricoveri i ospedale, che veniva letteralmente invaso dai suoi sostenitori, appartenenti a quel sottoproletariato degno erede della plebaglia seicentesca del vice regno spagnolo. Nel 2006 ai suoi funerali vi era mezza città, la Napoli dei vicoli e delle periferie degradate, a mostrare l’egemonia della sua sottocultura e ad urlare a tutto il mondo orgogliosa: questa è Napoli e Napoli siamo noi (sic!)

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  • clouddep
    20.02.2021 - 2 monts ago

    il grande re

    domenico albano è il grande re e vive in una grande baracca. negli ultimi tempi ha sconfitto la camorra, un drago, l'artrite reumatoide e scientology. come sempre, nessuno si è preso la briga di ringraziarlo, ma egli è un re comprensivo e sa che il suo popolo è timido e che la sua statura morale mette in soggezione. per questo perdona tutti e accetta i loro tributi. ogni sera, fumando nudo davanti alla porta della sua baracca, legge il proprio nome scavato nel rossore del tramonto e sa che quello è il regalo dei suoi timidi sudditi, e lo accetta con indulgenza. alcuni doni, certo, bisogna dirlo, sono spiacevoli da ricevere. come, per esempio, quella volta in cui ricevette una pioggia di sassate da parte di un gruppo di ragazzini, al grido di vecchio bastardo, oppure quando, al rientro da una dura battaglia, ritrovò la casa piena di escrementi. ma domenico albano è un sovrano che ha imparato saggezza e bontà, non se la prende per le goffe e bizzarre dimostrazioni di affetto dei suoi sudditi, anzi, passa oltre e cerca di aiutarli. sapendo che il regno è stato creato a sua immagine e somiglianza, una volta alla settimana, si spinge nel centro del paese più vicino per tracciare sul muro di un supermercato i punti principali della sua cosmogonia personale. lo fa per rassicurare i suoi sudditi, affinché possano comprendere che dietro le loro vite, spesso difficili e insensate, vi è un piano, e che ogni cosa, persino la più insignificante, è stata creata con uno scopo ben preciso. le finalità della creazione sono le seguenti: 'cose che sono state create con la speranza di vedere albano domenico. cose che sono state create per pronunciare il nome albano domenico. cose create per ringraziare albano domenico. cose create per mostrare l’impossibilità di ringraziare albano domenico. cose create per sfogare la rabbia che nasce dall’impossibilità di ringraziare albano domenico per i suoi sforzi immani.' a dimostrazione del profondo pudore con cui i sudditi accolgono le verità del proprio sovrano, basti sapere che le parole tracciate sul muro vengono puntualmente cancellate, oppure vengono coperte da fotografie ingannevoli di petti di pollo in offerta speciale e prodotti per la pulizia delle superfici lavabili. domenico sa perfettamente che tale opera di rimozione è nient’altro che una supplica nei suoi confronti, un modo per dirgli, dacci la verità, ogni settimana, amen. grazie a questa pratica domenico ha insegnato a molte religioni il concetto di rituale. e dal rituale sono nate molte altre attività debitrici nei confronti del grande re. come l’arte e il teatro, per esempio. o la televisione e la politica. lo sciopero e la guerra. tutte attività nobili. ma, di tanto in tanto, il grande re finisce col perdere la pazienza, in quanto alcuni dei suoi sudditi, giocando a una di queste attività, finiscono col fare troppo rumore o prendersi troppo sul serio. va bene giocare, grida dunque domenico contro il cielo illuminato a giorno dai razzi, ma qui c’è un re che ha appena ridipinto la volta celeste e merita di riposare. solitamente, dopo le sue urla, il cielo si riempie di luci a forma di corolle di fiori, e questo avviene perché i fiori sono una delle creazioni preferite del grande re e, quindi, un bel modo di scusarsi per il gran fracasso. c'è poi il fatto che non è facile sopportare la solitudine del grande re quale lui è. le notti d’inverno, soprattutto, sanno creare una solitudine dolorosa a tal punto da fargli battere forte i denti e costringerlo a tossire uno spesso catarro che va poi sputato.

    in alcune di quelle notti, il re si reca in uno dei tanti posti che i suoi sudditi hanno realizzato nella speranza di incontrarlo. questo posto si chiama ospedale in quanto ospita la gente in attesa di poterlo vedere. ma, una volta dentro, i suoi sudditi hanno talmente soggezione di lui da spostarsi e andare a sedersi lontano. addirittura, c'è chi finge che il re puzzi, e lo dice ad alta voce per prendere coraggio, perché l’emozione di trovarsi davanti il grande re è tanta. normalmente, queste notti, finiscono con dei sudditi che indossano camici e gli fanno bere uno sciroppo e gli dicono che poi starà meglio e che dovrebbe avere maggiore cura di sé, che non dovrebbe sprecare così la sua vita, il suo tempo. lui sorride benevolo, perché è saggio e buono, ma in silenzio riflette su quanto essi siano sprovveduti e faciloni. come può trovare il tempo di prendersi cura di se stesso, se ne passa la maggior parte a proteggerli da temibili nemici? altro che spreco... in tali circostanze, il grande re va a letto un po' mesto, preoccupato, perché teme di aver creato un regno di bambini viziati. allora, per scuoterli dal loro torpore, fa una cosa che gli costa tantissimo: abbassa la guardia. pospone le battaglie, ritarda certi provvedimenti, rimanda le decisioni necessarie. in breve, si ubriaca. e lo fa con estrema sofferenza, perché, da grande re quale è, si sente per natura responsabile del suo regno. egli beve diversi cartoni di un liquido alcolico rosso, leggermente frizzante, dal sapore metallico. tale liquido, miscelato in bocca assieme al fumo delle sigarette, lo aiuta ad abbassare la guardia. il grande re, allora, vaga nella notte, instabile e del tutto inadatto a combattere draghi, persino quelli dalle più piccole dimensioni. arriva persino a perdersi nel regno che lui stesso ha creato e che conosce meglio di chiunque, ma spera fortemente, così, che tale lezione serva ai suoi sudditi, per costringerli a crescere. ondeggia sui marciapiedi e osserva le macchine sfrecciargli accanto. sa molto bene che il motore nascosto dentro quelle auto altro non è che uno strumento musicale di ferro che produce un unico suono che significa 'perdonaci nostro sire', ma il re, in tali notti di ubriachezza e sconforto, è risoluto. mette un passo dopo l'altro e non importa quanti motori si avvicinino e urlino la loro supplica. quasi sempre, in questo procedere e perdersi, domenico finisce per incontrare un gruppo di donne un po' particolari. si tratta di alcune suddite che, non importa quanto il freddo sia pungente, lo aspettano notte dopo notte in uno stesso angolo della strada e ci tengono talmente a dimostrargli il loro affetto da farsi trovare sempre nude, ritenendo, probabilmente, il grande re, sensibile ai piaceri della carne. immancabilmente, gli si fanno incontro schioccando rumorosamente baci con le bocche tutte lucide di rossetto, mentre alcune, le più affettuose, gli mettono la mano tra i pantaloni e gli sussurrano 'come è grosso, tesoro', riferendosi naturalmente all’amore e al rispetto che nutrono nei suoi confronti. il re, allora, sente il cuore riempirsi del sentimento per i suoi sudditi e fa per tornare verso casa. a questo punto, però, queste suddite che lo aspettano, notte dopo notte, si arrabbiano, perché vorrebbero stare sempre con il loro re, e gli gridano cose sulla vecchiaia e l'avarizia perché vorrebbero che il re fosse più generoso e concedesse loro più tempo da passare assieme e arrivano a gridargli di fottersi sua madre, che è un modo molto contorto, certo, per dire di preoccuparsi di dare loro un suo discendente, un altro re buono e saggio come lui, che il tempo, inesorabile, passa. ingenue fanciulle, pensa domenico, che il grande re non ha bisogno di fare figli, perché è immortale. e questa è la verità, assolutamente.

    eppure, una mattina di febbraio, perfino lui sentì un dubbio a riguardo. accadde quando avvertì una violenta fitta al cuore e il respirò gli si incastrò in gola. domenico vide un buio denso come l’acqua delle fogne, e per un istante ebbe paura. per un istante. poi, si ricordò di essere immortale e si distese per terra, dove si trovava, con le braccia lungo i fianchi. se dormo non sento il dolore, concluse. e, chiudendo gli occhi, si addormentò. il dolore effettivamente svanì. perché il grande re ha sempre ragione. anche quando muore.

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  • desideriodialtrimondi
    18.02.2021 - 2 monts ago

    6

    Da giovane voleva scrivere romanzi. Il primo che scrisse era ambientato durante la guerra mondiale, nelle trincee della Somme. Nonostante i consigli degli amici, che lo trovavano ben scritto e documentato in modo eccellente, non lo mandò mai a un editore perché gli pareva di non conoscere la vita durante la guerra mondiale, nelle trincee della Somme, al punto da potervi scrivere un romanzo. Si dedicò dunque a una narrazione autobiografica, basata sulla sua vita di tutti i giorni, convinto che di quel soggetto sarebbe stato per forza di cose un esperto. Si sbagliava: lo stile era raffinato, la trama avvincente, eppure man mano che ci lavorava si accorse di sapere pochissimo di sé stesso, forse meno di quanto sapesse della battaglia della Somme, si accorse anzi che se c’era un mistero insolubile nel mondo quello era la sua stessa vita. Trovandola troppo vaga ("nei romanzi”, disse a un amico, “si scrivono solo cose inessenziali”), decise di abbandonare la carriera da romanziere e si dedicò allo studio accademico, diventando in pochi anni un’autorità sul commercio delle sete iraniane nell’Inghilterra elisabettiana. I suoi colleghi insistevano perché pubblicasse una monografia sul tema, che avrebbero trovato oltremodo informativa, ma lui era riluttante: più studiava e più si accorgeva che nel suo campo di interesse l’incertezza dominava incontrastata (erano davvero chadar shab quelli che venivano prodotti dai mercanti turkmeni di Nazdik Kalāleh? Era poi vero che il baco da seta venisse allevato perché fosse pronto per il mese di Ordibehesht? Era a Pish kamar, e non piuttosto a Qazān qieh, che William Cecil aveva fatto acquistare il famoso foulard a rombi bianchi e rossi che indossò durante la seduta parlamentare in cui fu approvato l’Atto di Uniformità del 1559, e che si vede ritratto nel celebre dipinto di Steven van der Meulen dello stesso anno?) che non si risolse mai a dare alle stampe una sola riga. Scorraggiato, abbandonò lo studio dell’epoca elisabettiana per deicarsi a livello amatoriale alla filosofia della mente. Il suo ambito di lavoro era la conoscenza: la sua unica tesi, estrema e paradossale, era che più si conosceva qualcosa e meno lo si conosceva. Per parlarne utilizzò l’analogia dei pixel di un computer, che a quell’epoca (erano gli anni Ottanta) stavano cominciando a diffondersi nelle case delle persone. “Tutto”, diceva agli amici che lo ascoltavano, come sempre l’avevano ascoltato, con molto interesse, trovandolo estremamemnte brillante e colto, “è come l’immagine prodotta da un computer: dà l’idea di essere un tutt’uno coerente se osservata da lontano, ma via via che ci si avvicina si scopre che è composta da elementi separati tra i quali regna sovrano il vuoto”, e faceva gli esempi dei quadri di Arcimboldo e degli atomi nella materia. Gli amici trovavano l’argomentazione eccellente e gli suggerirono più volte di scriverci un articolo. “Come potrei scriverci un articolo”, rispondeva lui, “se non posso conoscere niente? Ogni frase scritta non sarà che lettere separate da spazi vuoti. Il che equivale a dire che ogni frase scritta corrisponderà al niente”. Uno dopo l’altro gli amici che formavano il suo uditorio scomparvero, frustrati da quello che a loro pareva uno spreco di facoltà intellettuali fuori dalla norma. Qunado infine si ritrovò solo, anche lui si stancò della filosofia e delle sue inutili complicazioni. Lasciò la casa e i pochi averi che gli erano rimasti ed entrò in un monastero buddhista, risoluto a meditare sul niente che è l’unica cosa che veramente esista al mondo. Da quel che sappiamo, vent’anni più tardi sta ancora meditando.

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  • disastriesogni
    17.02.2021 - 2 monts ago

    C'è un'arte di ricevere in faccia le sferzate del dolore, che bisogna imparare. Lasciare che ogni singolo assalto si esaurisca; un dolore fa sempre singoli assalti – lo fa per mordere piú risoluto e concentrato. E tu, mentre ha i denti piantati in un punto e inietta qui il suo acido, ricordati di mostrargli un altro punto e fartici mordere – solleverai il primo. Un vero dolore è fatto di molti pensieri; ora, di pensieri se ne pensa uno solo alla volta; sappiti barcamenare tra i molti, e riposerai successivamente i settori indolenziti.

    C. Pavese

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  • xsavannahx987
    15.02.2021 - 3 monts ago

    - L’Organizzazione - cap. 1

    Fu una notte di intense precipitazioni nevose nella ridente cittadina costiera di Brindleton Bay. Al mattino la neve aveva attecchito pesantemente al suolo, ricoprendo l'intero territorio di un soffice manto bianco fino alla costa, dove la sabbia abbracciava il blu del mare. Lo sciabordio leggero delle onde che si infrangevano sugli scogli risuonava nel silenzio ovattato di quella mattina. Nessun avventore passeggiava lungo la costa, mentre la neve continuava a scendere copiosamente dal cielo. Sulla punta più alta della scogliera si ergeva la fortezza dell'Organizzazione, un luogo mistico e antico, celato agli occhi della gente comune da un'intensa magia che avviluppava le sue mura. Nessun essere umano, all'infuori dei membri, conosceva l'ubicazione di questo luogo. Grazie alla magia che l' avvolgeva  la fortezza era rimasta intatta nel corso del tempo, preservando la sua antica maestosità e austerità, con le sue torri alte e le mura impenetrabili. Attraversando il ponte in pietra si accedeva al cortile principale, dove un tempo si rifugiavano i profughi di qualche villaggio saccheggiato dai vampiri, cercando protezione e un riparo sicuro. Una fila di tende e fuochi da campo erano ancora lì, insieme a stoviglie e casse di approvvigionamenti.

    Superato il cortile si accedeva tramite una grande scalinata all'ingresso della grande sala del trono, ove un tempo sedeva il comandante in carica. Lo sfarzo di quella sala era ancora visibile dopo tutti quegli anni, con i suoi arazzi e i dipinti, le lunghe tavolate per gli ospiti e i camini accesi. Grossi candelabri scendevano dal soffitto rischiarando di luce tutta la grande sala. Il tempo pareva davvero essersi fermato in quel luogo ora abitato dagli ultimi membri della gloriosa Organizzazione, colei che nel corso dei secoli aveva sconfitto i vampiri più sanguinari della storia e i suoi seguaci, ma che adesso contava pochi adepti e una minaccia difficile da sconfiggere. Nel corso della sua lunga storia, l'Organizzazione aveva ospitato e formato decine di cacciatrici, giovani ragazze scelte dal destino per combattere contro le forze oscure. Tutte loro si erano distinte sul campo nella lotta, qualcuna di loro era sopravvissuta e si era ritirata a vita privata una volta conclusa la missione, vivendo gli ultimi anni della propria vita da persona comune. Altre erano cadute nel pieno della giovinezza, ma nessuna di loro era stata dimenticata.

    Come le cacciatrici, anche i comandanti si erano susseguiti nel corso del tempo, tutti provenienti da un antico esercito di templari, votati al sacrificio per il bene superiore. L'ultimo della stirpe era il giovane Cullen Rutherford, un uomo di appena 30 anni, che guidava l'organizzazione dall'età di 23, dopo che il suo predecessore era stato ucciso in battaglia. Cullen, come gli altri prima di lui, non aveva famiglia se non quella che l'Organizzazione stessa costituiva. Come comandante discendente dai templari aveva fatto voto di fedeltà, e questo costituiva anche il non poter prendere moglie o avere dei figli. Una vita fatta di sacrifici e rinunce, alla quale nessuno si era mai opposto. I membri dell'Organizzazione erano, di fatto, suoi fratelli, l'unica famiglia che avrebbe mai avuto.

    Cassandra Pentaghast era una donna poco più giovane di Cullen. I suoi tratti mascolini si erano induriti negli anni trascorsi dapprima nell'esercito e poi come membro dell'Organizzazione. Anche lei proveniva da una stirpe di combattenti, ma a differenza del comandante, non aveva alcun tipo di vincolo matrimoniale. Il non avere una famiglia sua era stata una scelta personale.

    Leliana era un'orfana di guerra. La sua famiglia era stata sterminata da un gruppo di vampiri quando lei era poco più che una bambina. Non aveva doti particolari, ma l'Organizzazione l'aveva accolta e le aveva dato una casa in cui vivere e lei aveva giurato fedeltà alla causa per vendicare la sua famiglia. Oggi, all'età di 27 anni, era un'abile spia, capace di muoversi nell'ombra senza che nessuno si accorgesse della sua presenza e aveva ricevuto lo stesso addestramento delle cacciatrici.

    Dorian e Amelia erano due giovani maghi, provenienti entrambi dal Concilio Magico, ultimi membri sopravvissuti dopo l'esplosione del Palazzo di Elbereth. Come maghi avevano sempre dato il loro contributo nella lotta contro le forze del male, ma dopo la distruzione della sede del Concilio Magico, si erano uniti all'Organizzazione, trovando anch'essi una nuova casa e nuovi alleati.

    Infine c'era Josephine, detta Jo, che non aveva particolari doti, ma si occupava della ricerca di nuovi membri che avrebbero dato una mano alla causa. Era una donna di quasi 35 anni, dai lunghi capelli color ebano che teneva sempre raccolti in una crocchia. Il suo portamento elegante e i modi affabili erano il cardine che teneva uniti tutti i membri dell'Organizzazione, affinché cooperassero tra loro senza che si venissero a creare dissapori.

    Come comandante di quell'insolito esercito, Cullen aveva sulle sue spalle il peso delle decisioni, nonchè le vite di tutti loro. Scrutando attraverso la finestra dai vetri appannati del suo studio, i pensieri affollavano la sua testa, fluttuando qua e là come i fiocchi di neve che scendevano veloci dal cielo. Sospirò cercando invano di schiarirsi le idee. Quante volte aveva desiderato una vita differente, una vita comune di qualsiasi uomo della sua età. Quante volte si era guardato allo specchio cercando di immaginarsi in un altro luogo, in un'altra veste, magari in quella di padre e marito. E quante volte aveva sentito il peso delle responsabilità schiacciarlo al suolo, senza che nessuno lo venisse mai a sapere. Era un uomo tutto d'un pezzo, di quelli che non esternano i propri sentimenti. Risoluto e solido, ma anche protettivo e orgoglioso. Non si era mai innamorato davvero, sebbene avesse avuto le sue avventure col sesso femminile, ma mai nessuna era riuscita a penetrare il suo cuore, forse a causa di quella barriera invisibile che aveva dovuto costruirci intorno, per evitare di dover, un giorno, rifiutare quell'amore e seguire i principi del suo giuramento. "Ahimè!" sospirò abbassando lo sguardo. Il crepitio della legna che ardeva nel camino era l'unico suono udibile dall'orecchio umano, ma se qualcuno avesse affinato i propri sensi, sarebbe stato in grado di sentire il palpitare del cuore di Cullen, quel battito sordo della sofferenza. Qualcuno, però, interruppe i suoi pensieri bussando alla pesante porta di legno. "Avanti" esortò Cullen, invitando chi era oltre la soglia di accomodarsi. "Comandante!" salutò Cassandra varcando la porta. "Cassandra, come mai di buon mattino?" domandò Cullen, facendo segno a Cassandra di chiudere la porta. "Porto brutte notizie, Cullen. " annunciò la donna scurendosi in volto. "Ti ascolto" incalzò il comandante.

    "Leliana è appena tornata dalla sua ronda notturna. C'è un nuovo gruppo di vampiri, supponiamo sia stata creato almeno due notti fa. Non sembrano molto pericolosi, ma sarà il caso di eliminarli prima che possano rafforzarsi e uccidere, o peggio, crearne altri come loro." disse Cassandra, prendendo una pausa. "Da come ti sei rabbuiata Cass, suppongo ci sia dell'altro, o non avresti avuto tutta questa urgenza. " esortò, affinchè la donna continuasse a parlare. Cullen conosceva molto bene Cassandra e sapeva perfettamente che, se qualcosa non era rilevante, non avrebbe avuto così tanta urgenza nel comunicarlo. "Mi conosci troppo bene ormai." asserì Cassandra con un mezzo sorriso che scomparve all'istante non appena parlò di nuovo "Leliana si è spinta fino alla residenza del conte Straud e..." sospirò "...davanti il portone d'ingresso c'era un cadavere" "Un cadavere? Cassandra non tergiversare. Parla!" incalzò ancora Cullen, cercando di non tradire la sua frustrazione. "Si tratta di Kendal. Il suo corpo giaceva ai piedi della scalinata, la giugulare recisa." e tacque socchiudendo gli occhi. Cullen abbassò lo sguardo sui ciocchi ardenti nel grande camino. Un'altra cacciatrice era stata uccisa. Un'altra vita spezzata.

    "Andate a recuperare il corpo" annunciò poi con la massima risolutezza "e disponete affinchè venga restituito alla sua famiglia con tutti gli onori". "Cullen, cosa dobbiamo far sapere alla famiglia?" domandò Cassandra che iniziava ad essere a corto di idee per giustificare, ogni volta, la morte di una ragazza. Anche il ruolo della cacciatrice era un segreto da tenere nascosto anche alla propria famiglia, al fine di proteggerla. Ogni volta che una di loro moriva, l'Organizzazione inventava una storia credibile da dire alle famiglie, affinchè non sospettassero nulla, nè della doppia vita di queste ragazze, tantomeno dell'esistenza del mondo vampirico. "Dite loro che è stata ferita a morte per difendere un'altra persona vittima di violenza. Chiedi a Jo di usare i suoi canali affinchè la notizia trapeli sui giornali per renderla credibile. In questo modo Kendal sarà ricordata per un gesto di estremo altruismo e, forse, darà un pò di pace alla sua famiglia." concluse Cullen. "Mi muovo subito!" annunciò Cassandra andando verso la porta. "Un'ultima cosa." la bloccò Cullen "Ho bisogno di parlare con Leliana." Cassandra annuì con un cenno del capo ed uscì dallo studio lasciando di nuovo Cullen solo coi suoi pensieri.

    Leliana bussò alla porta del piccolo studio qualche minuto più tardi, scusandosi di aver fatto attendere il comandante della sua presenza. "Accomodati pure, Leliana. Fa molto freddo oggi!" esordì Cullen, facendo segno alla donna di sedersi accanto al fuoco. "Grazie Cullen. Sono piuttosto infreddolita dalla nottata." annunciò Leliana, sedendo sulla comoda poltrona porpora. "Suppongo tu mi abbia fatto chiamare per avere delucidazioni sul ritrovamento di Kendal" "Supponi bene, mia giovane amica. So che sarà stato doloroso per te vedere il corpo straziato della cacciatrice. Immagino quanto tutto questo ti riaccenda ricordi amari" disse Cullen, guardando Leliana con sguardo amorevole. "Non ci si abitua mai. Per quanto una persona possa prepararsi ad eventi simili è sempre un duro colpo veder morire qualcuno a cui si tiene" asserì la donna, accigliandosi al ricordo della sua famiglia massacrata dai vampiri. "Mi dispiace tu debba rivivere sempre lo stesso dolore, Leliana. Sai quanto tenga a te e agli altri e sai che, se potessi scegliere, vi libererei da questo peso enorme. " confessò Cullen con l'amaro in bocca. "Ho scelto io questa vita, Cullen. Nessuno mi ha obbligata a combattere, tantomeno tu che sei sempre stato un buon amico. " rispose Leliana sorridendo in direzione del comandante. "Perdonami..." dichiarò Cullen.

    Un lungo silenzio aleggiò nella stanza sopra le loro teste, come un macigno pronto a staccarsi dall'alto soffitto in pietra. Fu Leliana ad interrompere il corso dei pensieri del suo comandante, iniziando il suo triste racconto sul ritrovamento del corpo di Kendal. "Grazie Leliana. Va a riposare, sarai molto stanca" concluse Cullen dopo aver ascoltato tutta la vicenda. "C'è altro che posso fare per te comandante?" domandò Leliana alzandosi dalla poltrona e dirigendosi verso la porta. "Riposare. Stanotte andrò io a fare la ronda." annunciò. Leliana si congedò con un cenno di assenso ed uscì dallo studio.

    Un'ora più tardi, Cullen uscì finalmente dal suo studio per recarsi nella torre più alta dove si trovavano le stanze dei due giovani maghi. Trovò soltanto Amelia, intenta a sistemare fiale ricolme di strani liquidi luminosi e pile di libri ammassati in un angolo. "Buongiorno Amelia" salutò, distogliendo la maga dalle sue faccende. "Oh buongiorno Cullen. Non ti ho sentito entrare. Ma prego, accomodati." rispose Amelia pulendosi le mani impolverate lungo la gonna. "Hai saputo della cacciatrice suppongo" domandò il comandante prendendo posto a sedere su una vecchia sedia di legno scuro. "Che brutta notizia. Così giovane..." dichiarò Amelia "Hai bisogno della mia magia, dico bene?" proseguì tagliando corto. Amelia era una donna pratica e di poche parole, una di quelle persone che andavano dritte al punto della questione senza tergiversare troppo. "Ho bisogno che tu faccia il tuo solito incantesimo di localizzazione. Trova la nuova cacciatrice" disse Cullen tutto d'un fiato. La maga sedette al piccolo tavolo rotondo su cui poggiava una sfera di cristallo. Iniziò a pronunciare una strana formula in una lingua impronunciabile. La sfera si illuminò, come se mille fiammelle colorate fossero state accese al suo interno. Balenò e una fiamma fuoriuscì da essa, innalzandosi verso il soffitto. Amelia proseguì con quella che sembrava una nenia, agitando le braccia in aria e tenendo gli occhi chiusi.

    "Venatrix! Venatrix! Locate!" gridò Amelia sbarrando gli occhi. Cullen sobbalzò dalla sedia quando un lampo di luce accecante si sprigionò dalla sfera. "C'è qualcosa di strano" annunciò la maga osservando all'interno del globo luminoso. "Cosa?" domandò Cullen ansioso. "Non è come le altre volte. Non percepisco il risveglio di una nuova cacciatrice" dichiarò Amelia aggrottando la fronte. "Che significa questo? Non esiste una nuova cacciatrice?" incalzò Cullen iniziando a sudare per lo stress. "Al contrario comandante. Una cacciatrice esiste, ma non si è svegliata alla morte di Kendal. C'era già!" disse la maga, guardando finalmente Cullen negli occhi. "Ma come è possibile?! La prescelta si risveglia solo dopo la morte della sua predecessora. Questo vuol dire che c'erano due cacciatrici nello stesso momento?!" domandò Cullen, più a se stesso che alla maga. "Cercherò di capire come sia stato possibile. Nel frattempo ho un nome e un indirizzo dove trovare la ragazza." annunciò Amelia, facendo cenno al comandante di avvicinarsi affinchè potesse vedere con i suoi occhi. Fu allora che la vide, attraverso la sfera di cristallo. Una ragazza di circa 25 anni, lunghi capelli biondi e occhi blu come il mare. E il suo cuore palpitò come mai prima d'ora.

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